La mia amica Morgan

Il mio nome è J48a321M9e7s2956. Che poi, in verità, quello non è un nome. È solo un insieme di numeri e qualche lettera, cosa che per una persona comune potrà sembrare assurda, ma per il mio creatore è il mio codice. 

Il mio nome, o almeno quello che ora usano tutti, è James. Se uno si concentra sulle lettere presenti nel mio codice, può accorgersi che formano la parola “J-a-m-e-s”.                                          

Il mio creatore è un vero genio. Ha un laboratorio in prossimità del bosco. Che poi, per essere precisi, è più un’enorme villa, che possiede al suo interno un paio di stanze che fungono da laboratorio. È in una di quelle stanze che io sono “nato”, se si può definire così la mia creazione. Il primo ricordo che ho è quello del signor Trevor che sistemava alcuni dei miei processori per farmi funzionare al meglio.                                                   

Mentre svolgeva il suo lavoro, mi parlò dei motivi che lo spinsero a crearmi. Aveva molte valide ragioni: avere un assistente, un segretario, un collega (considerando che il signore lavorava da solo di frequente), un capo della sicurezza in grado di controllare ogni telecamera o accesso attraverso un sistema che mi collegava alle funzioni dell’intero edificio. 

In effetti, io sono un droide capace di svolgere qualsiasi azione e di formulare qualsiasi pensiero, proprio come un umano. Non credo di essere in grado di provare emozioni, ma so come comportarmi durante le manifestazioni emotive delle persone, grazie ai vari protocolli presenti nel mio sistema. Perciò potrei dire di essere il droide migliore del mondo, essendo anche munito del controllo più assoluto di tutte le tecnologie più all’avanguardia che il signor Trevor abbia mai ideato.                  

Il signor Trevor ha una nipote, la figlia di sua sorella Natalie e di un certo Mark Jones, uomo davvero sorprendente. Venivano spesso a trovare il signore da quando la signora Natalie si era sposata e, specialmente, da quando aveva messo al mondo una bambina davvero singolare, a dirla tutta, ovvero la piccola Morgan. Secondo i miei calcoli, la signorina Morgan ha ereditato da suo zio una parte della sua genialità. Di fatto, sin da quando era nella culla, si poteva notare un’intelligenza davvero impressionante per un comune neonato. Appena cominciò a camminare, iniziò a mettere piede nei laboratori del signor Trevor. Cosa che al signore diede molto fastidio.
“Morgan! Ma quante volte ti devo dire che non devi entrare in queste stanze?!”

Appena la signorina compì un anno, le mie registrazioni settimanali erano piene delle sue risposte, davvero stravaganti.
“Ma perché non posso entrare, zio Trevor? Ci sono tanti giochi belli…”

“Per il semplice fatto che li romperesti tutti!”

“Non è vero…”

“Avanti Moni, non discutere!”

“Okay…”

Non comprendo il motivo per cui il signor Trevor chiamava la nipote con il soprannome di “Moni”. In effetti, credo siano cose da umani dare nomignoli per lo più assurdi. 

Un giorno accadde che la signora Natalie e il signor Mark fossero in viaggio per lavoro. Una cosa molto comune, ma l’esito non si può definire con lo stesso aggettivo. La loro auto fu lanciata in aria da un’esplosione proprio mentre attraversavano il ponte di Brooklyn, facendoli finire nell’acqua. I soccorsi non furono di alcuna utilità, se non quella di riportare i loro corpi senza vita alla luce del sole. La signorina Morgan aveva solo quattro anni all’epoca e, per grande sfortuna, non aveva nessun ricordo di loro. Il signor Trevor voleva molto bene alla sorella e questa notizia lo scosse moltissimo. La signorina venne affidata alle cure dello zio e dal giorno in cui mise piede permanentemente in questa casa, il signore cominciò a modificare e ad aggiungere nuovi protocolli nel mio sistema. 

“Ora ascoltami bene James. La polizia e i servizi segreti hanno dichiarato che ciò che è accaduto a mia sorella e a suo marito è stato solamente un tragico incidente. Ma io so che è stato un omicidio! Non so chi sia stato, ma sono convinto che stessero cercando qualcosa di preciso… forse delle formule, algoritmi. Prima o poi arriveranno anche qui…e mi uccideranno.”

“Ma, signore, mi ha progettato per essere a capo della sicurezza e, date le mie capacità, non credo riescano a superare la porta d’ingresso.”

“Il punto è, James, che in un modo o nell’altro tenteranno di farmi fuori e questo non lo posso prevedere. Ma nel caso ci riescano, ho bisogno che tu ti occupi di Morgan per fare in modo che non venga affidata a qualche famiglia di sconosciuti che non è in grado di comprendere il suo potenziale.”

“Quindi, signore, mi sta riprogrammando per essere il suo tutore nel caso lei dovesse venire a mancare?”

“A partire da ora, dovrai proteggerla!”

“Certamente, signore. Proteggerò la signorina.”

E lo feci.

Ricordo che facevo tutto con la signorina: giocavo con lei, la aiutavo a fare i compiti e a scegliere i vestiti, rispondevo alle sue molteplici domande… La vedevo spesso entrare nel laboratorio del signor Trevor e lavorare ad alcuni progetti. Visto che i miei calcoli sono sempre corretti, avevo ragione nel dire che la signorina fosse un genio come suo zio. 

Mentre lei cresceva, il signore le si affezionava sempre di più. Ho ancora il ricordo di una registrazione della sicurezza che mostrava una scena molto toccante. La signorina aveva appena sei anni e il signore era andato a prenderla a scuola. Al loro rientro ci fu un dialogo insolito. 

“Zio Trevor? Posso chiederti una cosa?”

“Certo, puzzola. Dimmi pure!”

“Perché i miei amici hanno i genitori e io no?”

“Mona, tesoro, i tuoi genitori se ne sono andati. Lassù.”

“Ma perché non me li ricordo?”

“Perché eri molto piccola. Ma come mai mi chiedi queste cose?”

“I miei amici dicono che non ho una famiglia.”

“Oh, che cosa orribile!”

“Ma io so che non è vero.”

“Ah, sì?”

“Sì. Perché la mia famiglia sei tu. Tu e James.”

“Oh, Moni. Vieni qui!”

Vidi il signore avanzare verso la piccola e abbracciarla teneramente. Non lo dimenticherò mai.

La signorina Morgan stava crescendo davvero in fretta e il signore era così orgoglioso. Capitò però che la signorina avesse trovato per caso il fascicolo riportante il caso dei suoi genitori.
“Signorina Morgan, non dovreste leggere quel fascicolo.”
“Quindi è stato un omicidio?”

“Vostro zio non sarà felice di sapere che avete rovistato tra le sue cose.”

“Mio zio mi ha mentito! Se davvero sono stati uccisi, devo trovare il colpevole.”

Non so se ve ne ho parlato, ma la signorina era una “fotocopia”, come dicono gli umani, di suo zio…forse più emotiva. E ciò includeva anche la testardaggine e l’innata indipendenza. 

Preparò uno zaino con provviste, vestiti, un portatile, chiavette USB, il fascicolo, attrezzi e qualche tecnologia rubata nel laboratorio. 

“Non posso lasciarvi andare, signorina. Ho promesso al signor Trevor di proteggervi.”
“Allora se ci tieni tanto, permettimi di farti qualche piccola modifica.”
Copiò il mio codice, il mio sistema, le mie funzioni e le sostituì all’intelligenza artificiale che controllava la casa in mia assenza. Ebbi, così, due corpi. Modificò inoltre il metallo delle mie mani e del mio volto in modo da farmi sembrare un umano e passare inosservato, con tanto di capelli. 

“Non vi dispiace lasciare solo vostro zio?”
“Per quattordici anni non ha fatto altro che tenermi all’oscuro di tutto. Ora lo proteggerò io scovando il colpevole!”
“Ma se è a rischio vostro zio lo siete anche voi.”
“Ma se mi confondo con la gente nessuno mi farà del male.”

Mi ordinò di lasciare un messaggio per il signor Trevor in formato video, e poi partimmo. 

Non mi ero mai spinto così in là nel disobbedire al signore. A volte lo avevo fatto a fin di bene, ma non riuscivo a capire se quello che stavo per compiere avrebbe migliorato o peggiorato la loro condizione. 

Racconto di fantascienza di Emma Costanzo, 3E