L’alluvione del Polesine

L’esperienza del lockdown dovuta all’epidemia del Coronavirus, ha acceso la curiosità dei nostri studenti, che hanno cercato in famiglia testimonianze di eventi del passato che hanno causato analoghe situazione di isolamento. Ecco il frutto dell’intervista fatta da Michelangelo alla nonna, che all’epoca dell‘alluvione del Polesine era una bambina. Per leggere altri racconti clicca qui e qui.

“Mia nonna nel 1951 aveva 7 anni e viveva in un paese di campagna vicino a Ferrara. Poco prima dell’alluvione, in campagna, si sapeva che il Reno, da un momento all’altro, avrebbe  rotto gli argini. Gli animali furono portati nelle stalle, al sicuro.

Le case a  piano terra vennero abbandonate e le  famiglie che vi abitavano trovarono riparo in grandi edifici i cui spazi, il più delle volte, dovevano essere condivisi con altre persone. Il problema del cibo e dei vestiti venne risolto con l’aiuto dei militari e dell’esercito.  Cibo e vestiti furono  distribuiti fra le famiglie con gli elicotteri.

Tutta la vegetazione venne sommersa dalle acque del fiume uscito dagli argini. Per spostarsi le persone utilizzavano zattere improvvisate e barchette. L’alluvione, con tutti i suoi disagi, durò diversi giorni.

Di quella esperienza mia nonna ricorda perfettamente il momento in cui vide, in lontananza, una nube scura, enorme. Poi  un boato che ancora le fa paura, e l’isolamento: il non poter più vivere negli spazi aperti. Ma allo stesso tempo lei, come tutti i bambini e ragazzi, lo vissero, questo isolamento, come un avventura, condividendo in piccoli spazi momenti di grande solidarietà ,unione e speranza.”

Michelangelo Augurelli, 1D


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