infografica emergenza umanitaria

Conflitti geopolitici e flussi migratori in Africa: un’emergenza umanitaria che non può attendere

Bab al-Mandeb

La regione del Corno d’Africa, ovvero l’ampio lembo di terra che si protende verso l’Oceano Indiano, di fronte alla Penisola Arabica, secondo una particolare definizione della letteratura geopolitica, racchiude gli Stati dell’Eritrea, Etiopia, Somalia, Gibuti e Sudan, poiché questi stati sentono di costituire un insieme politico “comune”. La definizione geografica di “Corno d’Africa”, in senso letterale, comprende anche Sud Sudan, Uganda e Kenya. La regione geografica del Corno mette in collegamento la Penisola Arabica e l’Oceano Indiano con l’Africa, attraverso lo stretto di Bab al-Mandeb (dall’arabo bāb “porta” e mandab, “luogo del lamento funebre”).

Tihamah
I luoghi del conflitto in Yemen

Secondo una leggenda ricordata dal geografo Yāqūt (sec. XIII d. C.) Bah al-Mandeb era il nome di un monte della costa araba che sarebbe stato un tempo collegato al promontorio opposto della costa  africana prima che un re ne ordinasse il distacco. Sulle sponde di questo stretto si fronteggiano lo stato di Gibuti, sulla costa africana, e lo stato dello Yemen, nella Penisola Arabica.

Il punto più stretto dello Stretto di Bab al-Mandeb ha una superficie di circa 30 chilometri quadrati e l’isola di Perim lo divide in due sezioni. L’una, quella orientale, si chiama Bab Iskander, ed ha un’ampiezza di tre chilometri e una profondità massima di 30 metri; l’altra, Dact el-Mayun, è larga 25 chilometri e profonda 310 metri. Questa particolare conformazione geografica limita il traffico delle petroliere a soli due canali di due miglia, in entrata e uscita.

Questa parte dell’Africa orientale costituisce un’area strategica di fondamentale importanza per il commercio internazionale tra l’Europa e l’Asia. Il Canale di Suez, il Mar Rosso e lo stretto di Bab al-Mandeb, infatti, rappresentano i punti chiave della rotta marittima più rapida e trafficata per raggiungere l’Asia dall’Europa e viceversa. Da qui transita il 10% di tutto il traffico merci marittimo mondiale.

La rilevanza della regione del Corno è legata anche ad altri fattori. In primo luogo va considerata la sua prossimità allo Yemen, che è il teatro emergente dello scontro in atto tra la superpotenza regionale della penisola Arabica, l’Arabia Saudita, e l’Iran, in Asia Centrale.

Lo Stretto di Bab al-Mandeb, inoltre, è la porta d’accesso ai mercati ancora poco esplorati dell’Africa sub-sahariana, e il suo fondale ospita numerosi cavi sottomarini in fibra ottica che rendono il Corno il principale hub (concentratore o dispositivo di rete) delle telecomunicazioni transcontinentali di tutta l’Africa orientale.

In seguito all’inasprirsi dello scontro tra Stati Uniti e Iran, gli organi d’informazione attirano l’attenzione soprattutto sul Golfo Persico e    sulla minaccia di Teheran di trasformarlo in un campo di guerra.

Ayatollah Ali Mowahdei Kermani

Il quotidiano La Stampa, per esempio, il 6 luglio del 2019, riporta la minaccia dell’l’ayatollah Ali Mowahdei Kermani di trasformare le acque di questo golfo in un mare «rosso sangue». 

Incombe però anche un altro pericolo, poco conosciuto ma altrettanto grave, che arriva dallo Yemen, dove  gli Houti, un gruppo di integralisti islamici di fede sciita, sostenuti dall’Iran, controllano gran parte delle province occidentali del paese, tra cui Sana’a, e gli altopiani vicino al confine saudita, nonché una parte della costa del Mar Rosso. Il loro obiettivo è quello di costituire uno stato indipendente e per questo motivo sono in lotta con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, di fede sunnita, appoggiati, a livello internazionale, dagli Stati Uniti.

San’a, Yemen

Se i ribelli Houti bloccassero il passaggio delle navi nello stretto di Babal-Mandeb, le petroliere cariche di greggio provenienti dall’Iran, per giungere nei porti Mediterraneo, dovrebbero circumnavigare l’Africa, attraverso il Capo di Buona Speranza. Perciò se l’Iran, utilizzando altre forze integraliste, bloccasse anche lo stretto di Ormuz, il traffico internazionale non avrebbe più la possibilità di far transitare il petrolio e le merci per la via più breve fra Asia, Africa ed Europa.

Gli Houthi hanno incrementato il loro potenziale bellico, e sono in grado di attaccare le petroliere che transitano per lo stretto di Bab al-Mandeb, o addirittura sabotare la Pipeline SUMED. L’oleodotto, in Egitto, che parte dal terminal di Ain Sukhna, sul Golfo di Suez, e arriva fino all’offshore di Sidi Kerir, ad Alessandria sul Mar Mediterraneo, fornisce un’alternativa al canale di Suez per il trasporto di petrolio dalla regione del Golfo Persico al Mediterraneo. 

Questo pericolo è stato affrontato e discusso sul quotidiano  La Stampa, in un articolo del 12 luglio 2019 a firma di Francesco Bussoletti, da Dore Gold, presidente del Jerusalem Center for Public Affairs, e già direttore generale del ministero degli Esteri israeliano, nonché consigliere del primo ministro Ariel Sharon e rappresentante permanente dello Stato ebraico presso le Nazioni Unite.

«L’Iran», spiega Dore Gold, «tramite gli Houthi, potrebbe bloccare il traffico marittimo presso lo stretto di Bab el Mandeb». «Ciò» – prosegue il diplomatico israeliano – «rappresenterebbe un grande problema per tutti i paesi che ricevono petrolio o altre risorse vitali dall’Oceano Indiano al Mediterraneo». L’Iran, secondo il diplomatico, è un paese esperto nell’usare mezzi e forze surrogate e delle più svariate per ottenere i propri obiettivi. Spesso va in cerca di alleati che combattano guerre al suo posto. Gold lo definisce «un vero e proprio modus operandi del Regime».

Dore Gold suffraga la veridicità delle sue affermazioni portando come esempio non solo quanto sta accadendo nello Yemen, ma anche la guerra in atto in altri paesi come Iraq e Siria. «L’unico modo per contrastare la minaccia degli Houthi» – conclude il diplomatico – «è incrementare la cooperazione tra Egitto, Israele, Giordania e Arabia Saudita. Attraverso una mutua collaborazione tra questi paesi è possibile neutralizzare questo pericolo concreto del gruppo sciita, che non a caso sta aumentando la sua influenza nell’area». 

Lo stretto di Ormuz, tradizionalmente, viene presentato come il collegamento strategico per il trasporto del petrolio fuori dal Golfo Persico. Ma, in seguito all’acuirsi dello scontro fra Stati Uniti e Iran, come spiega l’articolo apparso sulla Stampa del 12 luglio 2019, lo stretto di Bab al-Mandeb acquista un ruolo strategico di importanza pari a quello di Ormuz. 
Le risorse energetiche, quindi, sono un fattore importante per      l’economia del Corno d’Africa, non tanto però, come spiega la Stampa, per le risorse contenute nel sottosuolo, quanto per le tonnellate di idrocarburi che ogni giorno transitano per le rotte marittime del Corno. Attraverso lo stretto di Bab al-Mandeb, infatti, transita l’8% del petrolio mondiale. Ciò non toglie, tuttavia che le grandi potenze europee e la Cina possano cercare di appropriarsi anche delle materie prime presenti nei paesi del Corno d’Africa.

La regione dell’Ogaden, in Etiopia, per esempio, è ricca di giacimenti di petrolio e gas nei confronti dei quali la Cina ha già manifestato interesse. Attraverso gli accordi economici che Pechino sta stipulando con la sua capitale Addis Abeba, l’Etiopia può diventare, entro pochi anni, un paese esportatore di petrolio. Attualmente solo il Sudan, nella regione del Corno, detiene questo status.

I corridoi della nuova via della seta
Fonte: Limes, carta di Laura Canali

Una raffineria di GNL (gas naturale liquefatto) è già stata realizzata a Damerjog, il porto commerciale di Gibuti, che è anche lo sbocco al mare dell’Etiopia. 

L’ex colonia francese di Gibuti è un paradiso fiscale la cui attività economica ruota sostanzialmente attorno al porto franco di Damerjog. I cinesi, che ne hanno capito l’importanza strategica, fanno di tutto per insediarsi in questo piccolo stato del Corno d’Africa che affaccia sullo stretto di Bab al-Mandeb.

Assieme allo stretto di Malacca, allo stretto di Ormuz e al Canale di Panama, Bab-al Mandeb costituisce uno dei punti strategici dell’economia del globo. 

Anche la Somalia è nota per esser dotata di riserve petrolifere, concentrate nella regione semi-autonoma del Puntland e al largo della costa, ancora inesplorate a causa dell’instabilità politica. 

La regione del Corno d’Africa è però anche un luogo interessato da una grande espansione demografica. Secondo l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) la popolazione dell’Africa è quella a più rapida crescita nel mondo ed è destinata a raddoppiare da qui al 2050. la regione del Corno è direttamente interessata da questo fenomeno. Secondo lo studio dell’ISPI, nella maggior parte dei paesi dell’Africa orientale, il punto di transizione demografica verrà raggiunto prima della metà di questo secolo. Si prevede dunque che nel 2050 la popolazione dell’Etiopia sarà raddoppiata, dopo che, dal 2005 al 2015, nel corso di dieci anni, l’Etiopia avrà visto aumentare di 23 milioni il numero dei suoi abitanti.

Un incremento così rapido mette a rischio l’erogazione dei servizi alla popolazione, già precari di per sé, soprattutto quelli sanitari e dell’istruzione, e rende assai problematica un’equa distribuzione della terra e delle risorse naturali. Il piccolo Stato di Gibuti è l’unico Paese della regione con un tasso di crescita demografica inferiore al 2%. 

L’incremento demografico provoca un aumento dei contrasti fra le città che desiderano acquisire nuovo territorio da sfruttare per la costruzione di case e infrastrutture e le popolazioni contadine.

L’incremento demografico della regione del Corno deve fare i conti anche con la capacità dei suoi abitanti di affrontare le sfide che pone il cambiamento climatico, come testimonia la lunga storia di carestie e siccità che ciclicamente colpiscono le popolazioni locali. Nel 2011, ad esempio, la carestia in Somalia provocò 260.000 vittime. 

Il fenomeno dei cambiamenti climatici è un fenomeno globale, e naturalmente interessa anche questa parte dell’Africa. Gli effetti negativi del cambiamento climatico sono aggravati da alcune peculiarità delle società del Corno. Per prima cosa, la maggior parte della popolazione è costituita da agricoltori di sussistenza, il cui raccolto è la fonte principale di reddito e sostentamento. Inoltre, sono presenti anche numerosi gruppi pastorali che fanno della mobilità lo strumento principale per mitigare l’impatto delle condizioni ambientali avverse. Oggi questi due gruppi della società entrano sempre più spesso in conflitto a causa dell’incremento della densità abitativa e della riduzione dei terreni a disposizione per il bestiame. 

La popolazione locale era, prima dei problemi legati ai cambiamenti climatici, abituata a vivere e lavorare in armonia con la natura, come del resto abbiamo visto quando abbiamo studiato il Ciad e il Mali. Per colpa dei mutamenti climatici, anche qui, le stagioni, il sole, i venti e le nuvole sono diventati i nemici della popolazione. Il clima ostile è come un cancro, una malattia che prosciuga anche il cuore degli uomini e delle donne che ci vivono.

Hindou Oumarou Ibrahim (coordinatrice dell’Associazione delle donne peul e dei popoli autoctoni del Ciad, che ha ricoperto il ruolo di condirettore del padiglione dell’Iniziativa mondiale dei popoli indigeni e del padiglione COP21, COP22 e COP23), nella prefazione al libro “Il Mondo che vogliamo, di Karola Rackete, scrive:«ogni singola goccia d’acqua, ogni singolo appezzamento di terra fertile sta diventando il tesoro più ambito. La gente, in Mali come in Etiopia, combatte per averli e, talvolta, uccide».

Il cambiamento climatico alimenta la violenza e la nascita di gruppi terroristici. E come per il Ciad e il Mali, anche per il Corno d’Africa, i trend ambientali futuri non sono rosei.

Nei prossimi anni, sarà l’Eritrea a soffrire particolarmente il riscaldamento globale, con le temperature destinate ad aumentare di 4°C entro il 2060; insieme all’Eritrea, saranno gravemente colpite anche l’Etiopia (che già nel 2016 ha vissuto la peggiore siccità da 50 anni a questa parte), e la Somalia, che dopo la carestia del 2011, sta attraversando una nuova fase di insicurezza alimentare. 

Il Corno è ciclicamente affetto anche da fenomeni climatici opposti come inondazioni e piogge torrenziali. Anche l’incremento del livello del mare è sempre più una minaccia per gli insediamenti costieri in Sudan, Eritrea, Gibuti e Somalia.

I numeri dell’emergenza in Africa, fonte ISPI

L’unica opzione per i paesi del Corno, responsabili in modo marginale dell’effetto serra, sembra essere quella di adattarsi all’inevitabilità del cambiamento climatico e del riscaldamento globale.

Le avverse condizioni climatiche, la conseguente insicurezza alimentare, la crescita demografica, così come le tensioni che caratterizzano alcune aree della regione e la presenza di gruppi islamisti militanti, sono tra le cause che spingono molte persone a spostarsi, anche in Europa e Italia.

Ma come abbiamo visto anche per il Ciad e il Mali, nessuno dovrebbe essere obbligato ad abbandonare la propria casa e rischiare la propria vita solo perché non ha un futuro nel paese in cui è nato. Nessuno è felice di abbandonare la propria famiglia, le proprie radici, la propria identità. Ma anche qui la popolazione è costretta a farlo.

L’Unione europea ha deciso di finanziare progetti umanitari e di sviluppo nei paesi del Corno con l’obiettivo di contrastare l’emigrazione verso l’Europa con i fondi dello European Union Trust Fund. A oggi, l’UE si è impegnata a finanziare 58 progetti per un valore totale che supera il miliardo di euro (€1.114.307.000). 

Per chi volesse approfondire, cliccando qui potete visitare il sito del Fondo Fiduciario dell’Ue per l’Africa.

Ginevra Ventura, 3D

Corso di Geografia, Prof. Antonio Giglio, A.S. 2019-20

Lascia un commento