Coronavirus e globalizzazione

Il 23 febbraio 2020 è successo qualcosa che ha stravolto la nostra vita. 

Da quel giorno non siamo più andati a scuola, non abbiamo più fatto sport, non siamo più andati al cinema o a teatro, e di lì a poco, neppure al bar e al ristorante. Tutto a causa di un evento del tutto sconosciuto e inatteso: il dilagare del Coronavirus, una malattia che ben presto ha assunto le dimensioni di una pandemia, causata da un virus che appartiene a una famiglia di virus respiratori di origine animale come la Sars e la Mers. Questo è un virus terribile di cui non si sa nulla: tutto sembra partito da un pipistrello o da un altro animale, poi, per quel fenomeno che gli scienziati chiamano “spillover” (“salto”, “traboccamento”), il virus sarebbe passato all’uomo.

Ma che tipo di diffusione ci si poteva aspettare? Quanto violento poteva essere il contagio? Quali sono i soggetti più a rischio? 

Nel caos delle risposte, dettate spesso dalla grande paura e dall’incertezza, c’è chi si affida al proprio Dio e chi al proprio ottimismo. Con l’aiuto della scienza, e in particolare la matematica, possiamo capire, però, che cosa stia  realmente succedendo. 

Grazie all’applicazione dei criteri della matematica a questo fenomeno capiamo, infatti, quanto il virus possa  essere diffusibile e perché, da un giorno all’altro, tutto si sia fermato e continuamente ci venga detto di restare in casa  e di rispettare le regole per ridurre il contagio.

Per prevedere la diffusione del virus i matematici fanno riferimento all’R0 (erre con zero) e al modello SIR.

R0 sta a indicare il numero di contagiati per persona infetta. Per il Covid-19, altro nome del Coronavirus, l’R0 è stimato a 2,5, che significa che ogni ammalato contagia 2,5 persone con cui è venuto a contatto. Il modello SIR consente, invece, di classificare ciascuno di noi in uno dei seguenti gruppi:

  • S o suscettibili, sono le persone che potrebbero ammalarsi;
  • I o infetti, sono le persone che hanno la malattia;
  • R o recovered, sono le persone guarite e che non trasmettono più il virus.

E’ quindi  indispensabile restare in casa, rinunciando il più possibile al contatto con gli altri, perché si deve arrivare a un valore R0 inferiore a 1, cioè al punto in cui, per una persona che si ammala (I), non si contagia più nessuno. 

A questo punto, se ascoltiamo i meteorologi che sulla base di dati matematici sanno prevedere il tempo, a maggior ragione dobbiamo ascoltare virologi e infettivologi che, sempre partendo da modelli matematici, sanno prevedere il diffondersi del virus.

E noi che siamo nati in piena globalizzazione e che pensavamo che questo periodo sarebbe durato per sempre, ci troviamo come chi ha vissuto ai tempi della Belle Époque: una “Belle Époque inattesa”.

Tra la fine dell’Ottocento e il 1914, la Belle Époque è stato un periodo di benessere e di grande pace (apparente), costellato di importanti scoperte in tutti i campi e settori, a tal punto da sottomettere la natura con imprese straordinarie, come la grande ferrovia Transiberiana o il Canale di Suez; scoperte rivoluzionarie come la teoria della relatività, le onde elettromagnetiche e l’elettricità, o invenzioni come il cinema, la fotografia e i primi elettrodomestici, come il frigorifero. 

L’Europa si affermò come potenza economica, e cominciarono ad emergere Paesi come la Cina, il Giappone e gli Stati Uniti d’America, ma in ogni “Belle Époque” si accentua il contrasto tra paesi industrializzati e paesi arretrati. Anche in questo periodo, come nel nostro tempo, non tutti i paesi ebbero lo stesso livello di sviluppo, molti, anzi, furono penalizzati e si ritrovarono ancora più poveri. 

Improvvisamente però questa condizione di pace, di benessere e di crescente ricchezza, anche se non per tutti, fu interrotta da un evento del tutto imprevedibile: l’assassinio a Sarajevo dell’erede al trono degli Asburgo, Francesco Ferdinando, e di sua moglie. Era il 28 Giugno 1914. Di lì a poco il mondo si sarebbe trovato coinvolto in una terribile guerra: la Prima Guerra Mondiale.

L’articolo di Calvino, che paragona il suo tempo (gli anni sessanta) alla Belle Époque, ci aiuta a riflettere sul nostro tempo, su questo evento che improvvisamente ha sconvolto la nostra Belle Époque, la nostra vita che ci sembrava uno spettacolo…prevedibile e rassicurante, di cui vorremmo godere tutti i particolari, qualcosa di comodo e ben fornito e stabile. 

E questa, imprevedibile, epidemia di Coronavirus è proprio la Sarajevo della globalizzazione: d’improvviso ci rendiamo conto che il sistema che pensavamo fosse il più stabile e naturale per noi, è stato sconvolto addirittura da qualcosa di invisibile, come un virus.

L’avvenimento di Sarajevo potrebbe essere tutti i giorni, anche domani. Non sappiamo quale immagine avrà: se quella di una guerra atomica… o un’altra. Quello che sappiamo è che la nostra condizione di cittadini della Belle Époque dobbiamo viverla come fosse temporanea, pur muovendosi in essa con perfetto agio e naturalezza.

Allora, anche quando saremo riusciti a combattere il Covid-19, chi può escludere che, a seguito di un altro “spillover”, un altro virus non passi da animali come gli scimpanzè del Congo agli esseri umani? 

Di nuovo, da un paese per secoli colonizzato e sfruttato (basta pensare al regime di violenza instaurato da Leopoldo II) potrebbe partire la scintilla che, ancora una volta, scombussola il mondo.

Penso che questo momento, che stiamo vivendo, sia uno dei periodi peggiori per l’umanità. E quello che sta succedendo mette in evidenza gli aspetti negativi della globalizzazione. Si dovrà rivedere la logica delle lunghe filiere alimentari e non solo (basta pensare alla produzione di mascherine), a favore di filiere sostenibili, si dovranno rivedere le logiche economiche che governano il mondo. E’ proprio questa situazione di isolamento che ci fa capire  l’importanza del dialogo, dei contatti umani e dell’unità tra le persone: in questi giorni, per la prima volta dopo la prima trasmissione radio del 6 ottobre 1940, tutte le radio hanno trasmesso l’inno di Mameli: un piccolo segno che ci dà grande speranza. 

Ginevra Boltim, 3F

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