Il mostro chiamato “Discriminazione”

“In ogni storia c’è una difficoltà da superare,
in ogni storia c’è un cattivo da sconfiggere,
in ogni storia c’è una fine…”

Il Passato.
Molto tempo fa, esisteva un popolo assai bizzarro, dove ogni persona era diversa: alti e bassi, snelli e robusti, con occhi verdi e azzurri. Ma soprattutto questo popolo era molto variopinto. C’erano individui arancioni, viola, verdi, rossi, blu; insomma, una vera e propria tavolozza di colori. Era una comunità felice, ognuno orgoglioso di se stesso e degli altri.

Ma un giorno, tutto cambiò. Le loro mentalità furono corrotte da una forza maligna. Cominciarono a picchiarsi, a escludersi, a creare piccole fazioni di colori. Tutti erano nemici di tutti, sembravano mostri… anzi lo erano!

Questa forza la intitolarono: Discriminazione.

Fu una distruzione continua, perciò il rimedio era eliminare i primi corrotti, così da distruggere questa mentalità. Non fu doloroso: scomparvero dal mondo semplicemente. Non era piacevole da fare, ma almeno la forza maligna se ne andò per sempre, almeno così speravamo…

Il Presente.
Nel corso degli anni si formò un’altra comunità, ma non era felice e spensierata come quella del passato. Era più seria. Per scacciare per sempre la discriminazione si rimossero molti colori dalle persone. Ne rimasero solo quattro: il giallo, il nero, il rosa e il rosso. Tutti però avevano varie sfumature.

C’era molte persone amichevoli, ma non era come una volta. La prima comunità era una vera e propria comunità, erano tutti uniti, ma oggi no.

Un anno dopo…
Le persone nel corso del tempo peggiorarono, diventarono non solo più serie, ma anche più cattive. Il mostro Discriminazione stava tornando. E infatti tornò. Ora era più cattivo di prima: nacque il concetto di razza. Ora non tutti contro tutti, ma una razza si sentiva superiore alle altre.

Tre anni dopo…
La discriminazione aveva colpito tutti, la popolazione sarebbe stata distrutta ancora…

Il Futuro.
La discriminazione, l’odio, la paura torneranno sempre, perché non è possibile impedirlo. L’unico modo sarebbe togliere la personalità, l’aspetto e il colore e rendere tutto tristemente uniforme. La comunità diventerà ristretta, avranno tutti un carattere uguale e saranno tutti grigi. Tutto il mondo grigio, privo di sfumature. Abiti uguali, case uguali, auto uguali. In pratica sarà un periodo uniforme. Il mostro non tornerà più, ma la tristezza e la monotonia saranno perenni.

Il mostro tornerà sempre, ma bisogna combatterlo. Dobbiamo essere un oceano di colori e non un mare di disperazione.

La discriminazione non è un mostro creato dal nulla, ma dalla mente umana.

“In ogni storia c’è un problema da affrontare,
in ogni storia il problema viene sconfitto,
in molte storie c’è un lieto fine,
ma questa non è una storia… E’ la realtà!”

Thomas Martinelli, 3B

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Tre Tautogrammi Tra Tanti

Il Tautogramma è un testo che presenta la maggior parte possibile dei vocaboli che inizino con la stessa lettera dell’alfabeto. Un gioco divertente per arricchire il proprio lessico … e direi che gli alunni della classe 2^B se la siano cavata egregiamente!

Alessandra aveva un amico ad Ancona.  Amava annusare alberi ad Aprile, ammirare aquile alzarsi alte all’alba, annaffiare acacie, aspettare assieme ad Andrea l’arrivo di antichi attori e artisti. Adoravano addestrare animali, attorniati di anatre arcobaleno e asini argentati. L’avvenente Andrea ammirava Alessandra e ardiva ad andare assieme ad architettare avventure all’arcipelago africano. L’allegria aleggiava attorno agli amici, anime aggiogate dall’amore altruistico.” Arianna Lazzerini

Il sole splendendo scrutava storpietà e secchezza stabilire severamente da soli il comando sulla selva selvaggia. Saltati sei secondi, storpietà e secchezza scapparono seguiti dal sole e si sottrassero in posti spenti senza luce. Un sollievo si sommerse nella selva selvaggia, schiarendo splendore e sensibilità.  Diana Ciobanu

Frugando con la faccia fuori dalla finestra, tentai di fissare dei fiori, per provar a frenare le mie forti frivolezze e i miei feroci fallimenti. Da un po’ non si facevano più sentire i fischi fugaci nella mia folle mente.”  Adele Leggio

… tutti i tautogrammi:  https://docs.google.com/a/montesp.istruzioneer.it/document/d/1LVMKd-WXPwFc6MNCi8PUtHxw5uyaheDqpkIKLBBYBSg/edit?usp=sharing

 

                                                            

 

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Il giorno della vendetta

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Era più intelligente di me, più ricco di me, più generoso di me … Era più alto di me, più bello, più disinvolto, vestiva meglio … parlava meglio … E ora era … morto.

“Matteo, Matteo rispondi!”

Mi guardai intorno freneticamente, la vista era sfuocata, il respiro pesante. Stavo piangendo disperatamente da più o meno mezz’ora… e non me ne ero accorto, assorto nei miei pensieri.

Osservai la persona vicino a me, quella che probabilmente mi aveva scosso. Eravamo ancora al funerale. Era ancora in pieno svolgimento. Il prete parlava ad alta voce, come se volesse davvero farsi udire da Dio, i famigliari e la fidanzata del morto piangevano ininterrottamente, tutta la classe e tutti gli amici ascoltavano a testa china …

E poi c’ero io, distratto da qualcosa che non conoscevo.

“Stai bene, Matteo? Ti vedo pallido, vai a prendere una boccata d’aria!” disse il mio vicino, tenendo un tono di voce basso.

Volsi lo sguardo al ragazzo nella bara. Il volto era pallido, quasi bianco, le palpebre chiuse nascondevano gli occhi chiari, fermi in un’espressione di stupore e paura, le braccia e le gambe erano rigide sul raso rosso. C’era una ferita al collo, non si vedeva quasi, era stata ripulita molto bene.

Era morto così, il mio compagno di classe Luca, accoltellato da un pazzo omicida di cui non si conosceva niente, nemmeno il nome. È stato ritrovato venerdì mattina il suo corpo, in un bagno di sangue. Io l’ho saputo lunedì, a scuola, dalla fidanzata Giulia.

Un’altra lieve scossa mi fece sobbalzare.

“Matteo, vuoi che ti accompagni fuori?”

“No, vado da solo…” risposi, ancora in stato confusionale.

Dovevo essere davvero ridotto male per far preoccupare così tanto una persona per me. Uscii dalla chiesa, sotto gli sguardi straniti di tutti i presenti. L’aria fredda di Novembre mi avvolse, facendomi rabbrividire. Chiusi la giacca nera, invano… Faceva troppo freddo. Mi bruciavano ancora gli occhi e non ne capivo il motivo, … ah, già… le lacrime. Forse era stato l’odio o l’indifferenza nei suoi confronti a farmi piangere, o il senso di colpa?

“Luca era davvero un bravo ragazzo…” disse la madre.

“É vero…” risposi.

Mi voltai, chiudendo gli occhi e non guardando indietro. Sentivo gli sguardi stupiti e arrabbiati di tutti fissare la mia schiena.

Iniziai a camminare, mentre il mio odio verso di lui saliva. Sarei sempre rimasto una seconda scelta, quindi? Dovevo andare a casa, il funerale era finito e domani ci sarebbe stata scuola.

Quando l’indomani mattina andai a scuola, nessuno mi osservava, anzi, avevano tutti la testa china, intenti a leggere sul libro di testo la lezione che c’era da studiare. Si respirava aria di tristezza, mista a indifferenza e rabbia. Davvero Luca aveva lasciato un vuoto così grande? Mi sedetti al mio posto, in fondo all’aula. Sentii singhiozzare, era Giulia. Ancora non aveva finito le lacrime? Mi sentivo stranamente fuori luogo in quel momento, come se non dovessi essere lì, come se fossi completamente diverso dal solito.

“Ragazzi, ho un importante annuncio da fare!”

Il professore entrò in classe, serio, con una valigetta nera in mano. Due persone in divisa blu e nera lo seguirono all’interno dell’aula, mettendosi ai lati della cattedra.

In quel momento tutti smisero di parlare, anche Giulia smise di piangere. Si creò un silenzio inquietante.

“Allora, ragazzi.” Iniziò a parlare il prof. “Vi chiederete chi sono questi due uomini qui vicino a me, no? Ebbene, loro sono due agenti di polizia. Sono venuti qui per interrogarvi … uno ad uno.”

Un sospiro di stupore si levò nel silenzio. Credevano realmente, davvero, che tra noi ci fosse un assassino?

“Crediamo che tra voi ci sia l’omicida di Luca Tacker, il ragazzo trovato morto nella sua camera da letto, nonché vostro caro compagno di classe.” Parlò  il primo uomo in divisa, portava una targhetta dorata su cui probabilmente c’era scritto il suo nome.

Iniziai a sudare freddo, la penna che avevo tra le mani scivolava come una saponetta, vedevo un po’ sfuocato e non riuscivo a distinguere il soffitto dal pavimento, avevo le vertigini.

“Davvero …” sussurrò una voce. Mi guardai attorno, nessuno aveva parlato.

“Bene, la prima che chiamiamo è Giulia Elsvord.” Disse l’uomo, sedendosi sulla sedia dietro la cattedra, accanto al collega.

La ragazza si alzò, ansimante, tra il vociare incoraggiante delle amiche. Lei si accomodò di fronte ai due agenti… e iniziò una sceneggiata degna di una soap opera.

“Vedete agente, io lo amavo! Volevo mettere su famiglia con lui, volevo sposarlo! Ed essere considerata sospettata mi ferisce molto!” E continuò con questa solfa per un’ora buona. Sembrava un’oca.

No, calmo. Dovevo restare calmo. E anche cercare di capire da dove venisse questa rabbia. “Davvero… non ricordi…” di nuovo quella voce, strana e ammaliante.

“Matteo Jeager.” Mi chiamarono. Mi alzai lentamente dalla sedia, tenendo lo sguardo fisso a terra. Non guardai neanche in faccia Giulia.

“Siediti!” Obbedii.

“Quindi tu sei il figlio del signor Jeager. Lui è un uomo molto famoso nel nostro ambito. Comunque… iniziamo.”

Straziante. Distruttivo. E probabilmente anche molto altro.

Non fui per niente calmo durante l’interrogatorio, ma per fortuna essere figlio di un poliziotto dà i suoi frutti.

“E devi ancora scoprire da dove vengo.” E poi questa stupida voce continuava a contraddirmi. I-Io non so neanche… perchè… c’era… questa voce, non esisteva, punto.

I due agenti se ne andarono via alla fine dell’ultima ora, dicendo a Giulia che sarebbero tornati da lei con un mandato di perquisizione.

Drin, Drin suonò il telefono. “Pronto?” risposi. A quell’ora c’era solo una persona che poteva chiamarmi. “Figliolo, sai una cosa? Io e tuo padre siamo alle Hawaii per una piccola vacanza! Non sei contento?” “Sì, sono contento. Scusa, ma adesso devo lasciarti, devo studiare.” “Sempre impegnato, eh? Comunque va bene, ciao!” “Ciao,ciao!”

Non avevo voglia di parlare con lei, non potevo dirle quello che stava succedendo.

Per un attimo mi sentii in una bolla. Non avevo mai provato quella sensazione, strana e surreale allo stesso tempo.

“Stai impazzendo, mio caro.”

Aprii la porta di casa con prepotenza ed entrai. Non ne volevo più sapere di quella voce.

Rosso. Rosso … solo rosso.

Rosso delle pareti, rosso delle pagine del libro, rosso del divano.

Sentivo la mia testa in una terribile morsa, ferma e irremovibile.

Perché lo tenevo in mano. Accarezzai la punta, il manico in legno scuro e la lama affilata. C’era del sangue su quel coltello.

Tutto era sfuocato. Mi sentivo il protagonista di uno strano e pazzo spettacolo. Per un attimo vidi Luca che urlava e gemeva, mi implorava di smettere. Il sangue, il suo sangue, colava sul collo. La sensazione piacevole che provai nello stringere la sua mano morta e senza calore.

Quello non ero io. Quello non era il vero me.

Mi sentii in trappola. Le lacrime versate erano così … finte.

Risi. Una risata maniacale, surreale, pazza.

“Sei un pazzo!”

“Zitta, voce!” Gridai. La mia voce era rauca, appartenente ad un altro mondo.

“Matteo Jeager! La dichiaro in arresto per l’omicidio di Luca Tacker!”

E quelli che ci facevano qui?

Risi nuovamente.

Risi mentre mi bloccarono le mani dietro la schiena.

Risi mentre mi caricarono in macchina.

Risi in tribunale.

Risi… Risi… Risi…

Risi, perché era vero…

L’omicida di Luca Tacker sono io…

 AHAHAHAH!

Martina Borri, 3B

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Il libricino misterioso

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– DRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIN !!!!!!!!!!!!!!!!-

Ho un mal di testa tremendo e la sveglia accanto a me non è certo un grande aiuto … cerco di aprire gli occhi, ma a quanto pare pure loro vorrebbero rimanere a dormire un altro po’. Infine, mi ricordo che alle prime due ore ho la verifica di algebra, cosa che ovviamente non mi aiuta, ma con la sveglia che continua a trillare non posso fare altro che alzarmi dalle calde coperte .. ora che ci penso è una grande ingiustizia quella di dover andare a dormire con il letto freddo e di doversi alzare il mattino con il letto bello caldo … dopo questa breve riflessione e aver messo le pantofole, decido di dirigermi verso il bagno; in seguito ad una bella doccia, all’essermi truccata e pettinata i capelli, punto per un secondo lo sguardo verso la sveglia e ciò mi basta per farmi correre giù in cucina,dove, una volta entrata, saluto i miei, prendo la cartella e corro verso la fermata dell’autobus.

Faccio molta fatica, perché la cartella non è molto leggera e la fermata è a cinque minuti di cammino da casa mia.

Eccomi qui, davanti alla fermata: non faccio in tempo a fare un sospiro, che l’autobus percorre la curva della strada venendomi incontro; salgo decisa e scorgo in fondo al bus Francesca, la mia migliore amica; purtroppo il viaggio non è molto lungo e un quarto d’ora di chiacchiere passa molto velocemente.

Scendo dal bus e, mentre mi incammino diretta alla scuola,  ripasso allo stesso tempo algebra; mi sto muovendo con la grazia di un elefante, così sbatto contro qualcuno: alzo lo sguardo e noto un signore poco più alto di me, molto magro, con la fronte coperta da un berretto e, dal naso fino ai piedi, imbacuccato in un giaccone di pelle.

Rimango un po’ incupita e sussurro uno -scusi- ma lui non mi calcola e continua per la sua strada; mentre sto tentando di raccogliere il librone di algebra, vedo, vicino al mio, un libriccino per gli appunti … sembra molto vecchio e consumato, la copertina di pelle consunta, i fogli all’interno anch’essi molto rovinati, ma si intravedono degli strani disegni e simboli, con degli appunti.

Scollo per un secondo lo sguardo dal libricino misterioso e mi accorgo che il signore non c’è più, provo ad urlare -SIGNORE!- ma sono solo io nel piazzale vuoto.

E’ appena finita la scuola, la verifica è andata bene….almeno spero, comunque le altre cinque ore le ho passate nel tentativo di decifrare il libretto; ora sono in autobus e sto ancora pensando al fatto del libretto: decido di ritirarlo fuori per la millesima volta dalla tasca, ma non sento niente, la tasca è vuota …  un po’ nel panico, guardo nell’altra tasca … niente. in quella dello zaino …niente. nella borsa …niente. Okay, questo è il momento di andare nel panico.

Mi rassegno: ho perso il libricino. Scendo dal bus, saluto della gente lì alla fermata e mi incammino verso casa.

Una volta davanti al grande portone che mi separa dal morbido divano e dalla stufa calda, metto la mano dentro alla tasca e … non ci credo … non mi sembra vero: il libricino era tornato e sono molto felice di ciò: non so neanche io perché ,ma sono comunque felice.

Decido di entrare in casa; butto lo zaino sul divano, tiro via le scarpe, corro su in sala e mi lancio letteralmente sul divano. Lì comincio a riguardarmelo e scorgo una pagina più leggibile di altre: mi soffermo a leggere, parla di fortuna, di persone che sono diventate avide … a leggere meglio, questo sembra più un diario, ma ha un non so che di strano. Apro una pagina a caso e ci trovo scritto: -punto 1- mi hai trovato-, nella pagina successiva: -punto2- ti arricchirai a dismisura, poi -punto 3- perderai tutto e tutti, -punto 4- # # #

Non so cosa siano quei segni, ma non voglio dargli troppa importanza e neanche al resto: a dire il vero, ci vuole ben altro per spaventarmi….

– DRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIN !!!!!!!!!!

Rieccoci di nuovo, è cominciata un’altra settimana, mi porto dietro sempre il classico libretto, non me ne separo mai.

Come gli altri giorni mi sto incamminando alla fermata, quando per terra trovo una banconota da €5. Rimango un pò stupita, ma non ci do troppo peso. Sono arrivata in anticipo e trovo nel piazzale della scuola un’altra banconota da €5 … la cosa si fa un po’ strana ,ma continuo a considerarla una giornata un po’ così.

Sono appena tornata a casa: ho €20 in tasca trovati per caso, non ci posso credere …

E’ un mese che va avanti così e mi sto arricchendo a dismisura…il totale a quanto pare è di circa €400: è fantastico!

Adesso non lo trovo più bello, ho scoperto che tutti i soldi appartenevano a persone a me care e non so come abbiano fatto a trovarsi in quei posti, ma i conti quadrano purtroppo. I miei genitori non mi hanno creduto e mi hanno mandato in collegio; il libretto l’ho buttato via, adesso non ho in tasca neanche un soldo bucato, i miei non li trovo più …credo che quel libretto fosse maledetto e che la sua sfortuna sia stata condivisa con me.

Cerco invano di darmi forza: spero di potermi rimettere prima o poi, ora, boh, non so cosa mi aspetterà, è accaduto tutto come scritto nel libro. Magari il punto 4 si riferiva a questo? So solo una cosa: non auguro a nessuno, neanche alla persona più malvagia al mond,o di patire ciò che è capitato a me.

Erika D’Ambrosio – classe 3^E

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Lo sciatore assassino

Siamo nel mese di gennaio 2012, in Valle d’Aosta, sugli impianti sciistici di Cervinia. Tutto è tranquillo, le persone sciano e c’è un bel sole, quando, nella pista di Plateau Rosà, viene ritrovato uno sciatore morto nei pressi di un boschetto ai lati del tracciato. Poco tempo dopo arrivano due moto-slitte dei carabinieri e una del soccorso alpino che, fatti i rilievi, caricano il cadavere e lo portano alla scientifica di Aosta, dove viene identificato il corpo.    – La vittima si chiamava John Bradley – dice Rich, il poliziotto incaricato di analizzare il corpo – un americano in visita in Europa.- – Davvero? A che ora è stato ritrovato il cadavere? – chiede Sarah, la sua collega. – E’ stato ritrovato verso le dieci e mezza e, secondo i miei calcoli, dovrebbe essere morto  circa due o tre ore prima.- –  E’ stata trovata anche l’arma del delitto, un coltello a serramanico con una lama di quindici centimetri.- – E so anche che la vittima è stata uccisa da un addetto agli impianti, perchè sul cadavere ho trovato delle fibre appartenenti ad un giubbotto utilizzato solamente da quel genere di operatori.-

Qualche giorno dopo, grazie alle indagini scientifiche, si è scoperta un’impronta digitale sul collo della vittima. – Ora, se confronto l’impronta con il data-base della centrale, risulta appartenere ad Elliott Bernabei, proprio uno degli addetti agli impianti. La polizia sta indagando per trovarlo.- Due settimane più tardi, Elliott B. viene trovato in una casa popolare a Milano. Dopo essere stato sottoposto a vari interrogatori, si scopre il movente:  secondo le sue confessioni, la vittima lo avrebbe sorpreso mentre scambiava droga con un corriere svizzero, e così, per paura che rivelasse tutto alla polizia, lo ha ucciso accoltellandolo.

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