Il giorno della vendetta

2016-02-25-PHOTO-00000019

Era più intelligente di me, più ricco di me, più generoso di me … Era più alto di me, più bello, più disinvolto, vestiva meglio … parlava meglio … E ora era … morto.

“Matteo, Matteo rispondi!”

Mi guardai intorno freneticamente, la vista era sfuocata, il respiro pesante. Stavo piangendo disperatamente da più o meno mezz’ora… e non me ne ero accorto, assorto nei miei pensieri.

Osservai la persona vicino a me, quella che probabilmente mi aveva scosso. Eravamo ancora al funerale. Era ancora in pieno svolgimento. Il prete parlava ad alta voce, come se volesse davvero farsi udire da Dio, i famigliari e la fidanzata del morto piangevano ininterrottamente, tutta la classe e tutti gli amici ascoltavano a testa china …

E poi c’ero io, distratto da qualcosa che non conoscevo.

“Stai bene, Matteo? Ti vedo pallido, vai a prendere una boccata d’aria!” disse il mio vicino, tenendo un tono di voce basso.

Volsi lo sguardo al ragazzo nella bara. Il volto era pallido, quasi bianco, le palpebre chiuse nascondevano gli occhi chiari, fermi in un’espressione di stupore e paura, le braccia e le gambe erano rigide sul raso rosso. C’era una ferita al collo, non si vedeva quasi, era stata ripulita molto bene.

Era morto così, il mio compagno di classe Luca, accoltellato da un pazzo omicida di cui non si conosceva niente, nemmeno il nome. È stato ritrovato venerdì mattina il suo corpo, in un bagno di sangue. Io l’ho saputo lunedì, a scuola, dalla fidanzata Giulia.

Un’altra lieve scossa mi fece sobbalzare.

“Matteo, vuoi che ti accompagni fuori?”

“No, vado da solo…” risposi, ancora in stato confusionale.

Dovevo essere davvero ridotto male per far preoccupare così tanto una persona per me. Uscii dalla chiesa, sotto gli sguardi straniti di tutti i presenti. L’aria fredda di Novembre mi avvolse, facendomi rabbrividire. Chiusi la giacca nera, invano… Faceva troppo freddo. Mi bruciavano ancora gli occhi e non ne capivo il motivo, … ah, già… le lacrime. Forse era stato l’odio o l’indifferenza nei suoi confronti a farmi piangere, o il senso di colpa?

“Luca era davvero un bravo ragazzo…” disse la madre.

“É vero…” risposi.

Mi voltai, chiudendo gli occhi e non guardando indietro. Sentivo gli sguardi stupiti e arrabbiati di tutti fissare la mia schiena.

Iniziai a camminare, mentre il mio odio verso di lui saliva. Sarei sempre rimasto una seconda scelta, quindi? Dovevo andare a casa, il funerale era finito e domani ci sarebbe stata scuola.

Quando l’indomani mattina andai a scuola, nessuno mi osservava, anzi, avevano tutti la testa china, intenti a leggere sul libro di testo la lezione che c’era da studiare. Si respirava aria di tristezza, mista a indifferenza e rabbia. Davvero Luca aveva lasciato un vuoto così grande? Mi sedetti al mio posto, in fondo all’aula. Sentii singhiozzare, era Giulia. Ancora non aveva finito le lacrime? Mi sentivo stranamente fuori luogo in quel momento, come se non dovessi essere lì, come se fossi completamente diverso dal solito.

“Ragazzi, ho un importante annuncio da fare!”

Il professore entrò in classe, serio, con una valigetta nera in mano. Due persone in divisa blu e nera lo seguirono all’interno dell’aula, mettendosi ai lati della cattedra.

In quel momento tutti smisero di parlare, anche Giulia smise di piangere. Si creò un silenzio inquietante.

“Allora, ragazzi.” Iniziò a parlare il prof. “Vi chiederete chi sono questi due uomini qui vicino a me, no? Ebbene, loro sono due agenti di polizia. Sono venuti qui per interrogarvi … uno ad uno.”

Un sospiro di stupore si levò nel silenzio. Credevano realmente, davvero, che tra noi ci fosse un assassino?

“Crediamo che tra voi ci sia l’omicida di Luca Tacker, il ragazzo trovato morto nella sua camera da letto, nonché vostro caro compagno di classe.” Parlò  il primo uomo in divisa, portava una targhetta dorata su cui probabilmente c’era scritto il suo nome.

Iniziai a sudare freddo, la penna che avevo tra le mani scivolava come una saponetta, vedevo un po’ sfuocato e non riuscivo a distinguere il soffitto dal pavimento, avevo le vertigini.

“Davvero …” sussurrò una voce. Mi guardai attorno, nessuno aveva parlato.

“Bene, la prima che chiamiamo è Giulia Elsvord.” Disse l’uomo, sedendosi sulla sedia dietro la cattedra, accanto al collega.

La ragazza si alzò, ansimante, tra il vociare incoraggiante delle amiche. Lei si accomodò di fronte ai due agenti… e iniziò una sceneggiata degna di una soap opera.

“Vedete agente, io lo amavo! Volevo mettere su famiglia con lui, volevo sposarlo! Ed essere considerata sospettata mi ferisce molto!” E continuò con questa solfa per un’ora buona. Sembrava un’oca.

No, calmo. Dovevo restare calmo. E anche cercare di capire da dove venisse questa rabbia. “Davvero… non ricordi…” di nuovo quella voce, strana e ammaliante.

“Matteo Jeager.” Mi chiamarono. Mi alzai lentamente dalla sedia, tenendo lo sguardo fisso a terra. Non guardai neanche in faccia Giulia.

“Siediti!” Obbedii.

“Quindi tu sei il figlio del signor Jeager. Lui è un uomo molto famoso nel nostro ambito. Comunque… iniziamo.”

Straziante. Distruttivo. E probabilmente anche molto altro.

Non fui per niente calmo durante l’interrogatorio, ma per fortuna essere figlio di un poliziotto dà i suoi frutti.

“E devi ancora scoprire da dove vengo.” E poi questa stupida voce continuava a contraddirmi. I-Io non so neanche… perchè… c’era… questa voce, non esisteva, punto.

I due agenti se ne andarono via alla fine dell’ultima ora, dicendo a Giulia che sarebbero tornati da lei con un mandato di perquisizione.

Drin, Drin suonò il telefono. “Pronto?” risposi. A quell’ora c’era solo una persona che poteva chiamarmi. “Figliolo, sai una cosa? Io e tuo padre siamo alle Hawaii per una piccola vacanza! Non sei contento?” “Sì, sono contento. Scusa, ma adesso devo lasciarti, devo studiare.” “Sempre impegnato, eh? Comunque va bene, ciao!” “Ciao,ciao!”

Non avevo voglia di parlare con lei, non potevo dirle quello che stava succedendo.

Per un attimo mi sentii in una bolla. Non avevo mai provato quella sensazione, strana e surreale allo stesso tempo.

“Stai impazzendo, mio caro.”

Aprii la porta di casa con prepotenza ed entrai. Non ne volevo più sapere di quella voce.

Rosso. Rosso … solo rosso.

Rosso delle pareti, rosso delle pagine del libro, rosso del divano.

Sentivo la mia testa in una terribile morsa, ferma e irremovibile.

Perché lo tenevo in mano. Accarezzai la punta, il manico in legno scuro e la lama affilata. C’era del sangue su quel coltello.

Tutto era sfuocato. Mi sentivo il protagonista di uno strano e pazzo spettacolo. Per un attimo vidi Luca che urlava e gemeva, mi implorava di smettere. Il sangue, il suo sangue, colava sul collo. La sensazione piacevole che provai nello stringere la sua mano morta e senza calore.

Quello non ero io. Quello non era il vero me.

Mi sentii in trappola. Le lacrime versate erano così … finte.

Risi. Una risata maniacale, surreale, pazza.

“Sei un pazzo!”

“Zitta, voce!” Gridai. La mia voce era rauca, appartenente ad un altro mondo.

“Matteo Jeager! La dichiaro in arresto per l’omicidio di Luca Tacker!”

E quelli che ci facevano qui?

Risi nuovamente.

Risi mentre mi bloccarono le mani dietro la schiena.

Risi mentre mi caricarono in macchina.

Risi in tribunale.

Risi… Risi… Risi…

Risi, perché era vero…

L’omicida di Luca Tacker sono io…

 AHAHAHAH!

Martina Borri, 3B

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